Riccardo


Sono circa le 22 di un freddo sabato sera quando mi trovo a passare con l’auto e la famiglia davanti ad uno scenario inconsueto. Ad una fermata d’autobus, tre persone: una in piedi che telefona, una seduta immobile su un cippo di granito con lo sguardo fisso nel vuoto, una accasciata sull’asfalto.

La mia attenzione ovviamente va sulla persona a terra, tutto si svolge nel tempo di un passaggio rapido davanti al finestrino: un signore anziano sdraiato bocconi chiuso nel suo giaccone beige, il suo cappello nero rovesciato a poca distanza dalla sua testa, la sua mano sinistra poggiata sul terreno come se facesse per rialzarsi ma senza muoversi…una scena in cui tutti gli attori sono quasi immobili, cristallizzati come in un quadro di Hopper.

Passo oltre, colpito, e qualche decina di metri più avanti mi fermo e decido di tornare indietro: una rapida inversione mi riporta nuovamente sul posto e parcheggio a qualche passo di distanza. Scendo e rivedo la stessa scena di prima, il signore che prima stava telefonando mi intercetta e mi dice che ha già chiamato i soccorsi, annuisco e mi dirigo verso la persona ancora riversa a terra: è un signore ben vestito sulla settantina, massiccio ad una prima occhiata, sdraiato nell’asfalto sporco con la testa molto vicino ad un palo di sostegno della pensilina del bus.

Gli poggio una mano sulla schiena e mi accerto che sia cosciente chiedendogli come si chiama, al che mi risponde prontamente con nome, cognome e grado: Riccardo R., ufficiale dell’esercito in congedo. Gli chiedo come si sente e se ha male da qualche parte, non ho una esperienza di pronto soccorso e provo solo ad applicare un pò di buon senso alla situazione, si volta piano e mi dice di non chiamare i soccorsi, sta bene, solo che testualmente “ha alzato un pò il gomito”, tesi avvalorata da un inequivocabile aroma alcolico che sottolinea il concetto: mi chiede di accompagnarlo a casa, giacchė, dice, abita a poco più di cento metri da lì…ipotesi da escludere, figuriamoci se lo porto a casa e lo lascio da solo bello bevuto a smaltire i postumi. Decido allora di provare a farlo mettere almeno seduto, lontano dal fango: mi dice che sarà dura, pesa più di novanta chili ma decido di provarci comunque e aiutato dalla mia famiglia riusciamo lentamente a tirarlo via da quella scomoda posizione. Mentre gli tolgo il terriccio dalle mani e dalle braccia, lo guardo in volto e mi presento a mia volta dandogli la mano, al che mi lancia un sorriso così luminoso che ci mettiamo tutti a ridere…tutti tranne il signore seduto sul cippo, che in tutto questo tempo non si è mosso neppure di un millimetro.

Nel tempo che aspettiamo i soccorsi, Riccardo mi racconta che ha partecipato a missioni in Libano, Kosovo, Sarajevo: chissà cosa porta un uomo così ad ubriacarsi fino ad accasciarsi, forse le guerre stesse oppure le battaglie da combattere che ha trovato una volta rientrato a casa…chissà. L’ambulanza arriva silenziosa, garbata e ci facciamo da parte per far passare gli operatori, mi alzo e incontro lo sguardo del signore che stava telefonando: sta piangendo.

Mi si presenta come Alberto e ci stringiamo la mano con naturalezza e spiega il suo pianto, è rimasto colpito e commosso dal nostro tornare indietro e fermarci, in un mondo così indifferente alle esigenze degli altri: piange e sorride, in uno slancio di emozioni che mi lascia e ci lascia letteralmente a bocca aperta. Lo saluto con un’altra vigorosa stretta di mano e mentre faccio per allontanarmi saluto anche il signor Riccardo, ancora seduto a terra e circondato da cure amorevoli ed esperte: mi saluta di rimando con enfasi, al che una infermiera mi chiede incuriosita “lo conosce”?  Le rispondo “da stasera”.

Il signore seduto era ancora lì, sul cippo di granito, in silenzio, metafisico: una statua. Chissà cosa è rimasto a Riccardo della serata, io non riesco a passare davanti alla fermata senza rivedere la scena e nessuno in famiglia passa da lì senza guardare in giro per provare a vedere se riesce a incontrarlo di nuovo… A volte le persone ti entrano nella vita in modi inattesi e strani, quando accade una parte di esse ti rimane dentro e una parte di noi rimane in loro: possiamo decidere allora cosa dare agli altri, attraverso i nostri comportamenti e la nostra dignità, gratuitamente.

Qualcosa che provi a strappare un sorriso, o una lacrima di dolcezza.

L.

 

 

la felicità - photo leonardo ferri

 

 

 

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